Aïda è un termine giapponese, ben descritto da Bin Kimura, psichiatra e musicista molto vicino alla fenomenologia, termine che sta ad indicare il “tra” della presenza umana, lo spazio nel quale il sé incontra sia se-stesso che l’altro, la dimensione primaria dell’incontro con l’alterità dell’altro, una differenziazione assieme intra-soggettiva e inter-soggettiva. Lo potremmo tradurre come traità. Per Kimura l’individuo non può essere visto come una monade isolata instaurante successivamente una relazione con gli altri, “al contrario l’aïda interpersonale è primaria e solamente in seguito si attualizza sotto la forma del sè stesso e degli altri. L’aïda non è una semplice relazione che mette in rapporto delle esistenze separate, ma è il luogo originario e comune de queste esistenze multiple… Essa è la quintessenza dell’individualità umana”. Nella nostra lingua non abbiamo un termine del genere. Ciò che più vi si avvicina è “ordine simbolico”; altre espressioni che potrebbero accostarsi all’aïda sono l’evidenza naturale, o il common sense. Ma non rendono conto, a mio parere, del significato in lingua giapponese, che forse possiamo capire solo con uno sforzo intuitivo. L’aïda è la sorgente della vita. Secondo Kimura per l’uomo si tratta di connettere la dimensione dell’esistenza a questo fondo vitale, e il fallimento di tale compito segna le condizioni psicopatologiche. L’autore fa l’esempio della musica per far capire a noi occidentali che cosa significa aïda. Scrive: “Il musicista coglie questa aïda come interna alla sua soggettività ma la trova nello stesso tempo all’esterno con gli altri musicisti”. È un termine che evoca un intervallo temporale o spaziale tra due cose, ad esempio il ruscello scorre nell’aïda della montagna, il silenzio sta tra le parole.
La metafora del fiume non deve far pensare ad un tentativo di risalire dalla foce alla sorgente del fiume. Tutto scorre, il divenire del fiume non si può fermare né percorrere a ritroso. Questo è quello che fa la metafisica che rischia sempre di oggettivare le essenze nell’atto di trascenderle, un rischio anche della fenomenologia, abbiamo visto. Quello che nell’immagine del fiume va considerato è il fatto che la sorgente stessa di per sé non esiste se non come un rimaneggiamento continuo di tutti gli elementi. Milioni di anni fa non esisteva l’acqua, ed è dal fuoco al centro della terra, dal fuoco semprevivo eracliteo, che ha creato i vapori, e quindi la pioggia, che l’acqua deriva… Bisogna piuttosto guardare come scorre il fiume, in quali crepe si è infilato, se si è bloccato, come ha fatto per recuperare il suo corso, quali strade ha seguito, se è straripato, se si è prosciugato… Nel pensiero giapponese, così come nella cultura hindu – si pensi al termine atman, che viene tradotto come Sé, ma non ha niente a che vedere con il self, dato che rappresenta il principio dell’esistenza umana e la comunione tra umano e divino – il sé e la natura hanno la stessa origine, anche linguisticamente, ed il concetto di sé non comporta la connotazione di identità a sé stesso. Il sé non può essere autentico se non in virtù della sua partecipazione al movimento spontaneo, globale, originario della natura. Infatti il termine aïda, come ci spiega bene Bin Kimura, indica quella che potremmo chiamare “identità nella differenza, differenza interna. Il sé è, se cosi si può dire, della natura interiorizzata e la natura è in qualche modo del sé esteriorizzato”. Spostandoci sul piano più strettamente soggettivo, Kimura Bin fa riferimento ad una concezione propria della cultura giapponese, per la quale l’essenza della identità del soggetto è aïda, è il “tra” della presenza umana, lo spazio nel quale il sé incontra sia se-stesso che l’altro.
E’ in questo spazio che svolgo il mio lavoro.
